Accreditamento - Intervista
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Da IAF e ILAC nasce Global, tra multilateralismo e compliance assessment

 

 

Emanuele Riva racconta l’arrivo dell’organizzazione internazionale che dal 2026 unirà il mondo degli organismi e dei laboratori, oltre alle novità per professionisti e imprese, dalla revisione degli standard all’impatto dell’Intelligenza Artificiale.

A fine 2025, parliamo del futuro dell’accreditamento in Italia e nel mondo con Emanuele Riva, Vice Direttore Generale di Accredia – dove dirige il Dipartimento Certificazione e Ispezione – e nuovo Vice Presidente di Global Accreditation Cooperation Incorporated.

Dal 1º gennaio 2026 sarà operativa Global Accreditation Cooperation Incorporated, l’associazione nata dalla fusione di IAF e ILAC per rappresentare gli Enti di accreditamento e gli stakeholder della qualità di tutto il mondo. Quali sono state le tappe principali di questo percorso e quali ostacoli sono stati superati?

E’ stato un percorso lungo, avviato formalmente per una decisione delle due Assemblee Generali di IAF e ILAC nel 2018. Un percorso non semplice, soprattutto per tre ragioni.

Anzitutto, si è aperto un ampio dibattito sull’opportunità di includere nell’organizzazione gli stakeholder — associazioni di organismi di certificazione e di industrie, oltre agli scheme owner — non solo come soggetti consultivi ma anche con ruolo decisionale e con diritto di voto. Alla fine, si è raggiunto un compromesso: gli stakeholder entrano nell’organizzazione, contribuendo al conseguimento di un obiettivo condiviso, ma con un tetto massimo di voto pari al 20%. Su questa base è stato possibile arrivare all’accordo.

Il secondo ostacolo ha riguardato il fatto che oggi non è obbligatorio che gli Enti di accreditamento membri della nuova organizzazione siano designati da un Governo. In molti Paesi, infatti, operano Enti privati riconosciuti da associazioni di stakeholder del mercato, non solo da Autorità pubbliche come avviene in Europa.

Terzo tema, poi superato, riguarda la possibilità per la nuova organizzazione di generare entrate non solo dalle quote associative, ma anche da servizi aggiuntivi, ad esempio ricerche basate sui dati del database dei sistemi di gestione. Dopo anni di confronto, si è arrivati a un compromesso equilibrato che ha consentito di raggiungere il risultato.

Cosa devono sapere gli organismi e le imprese italiane, ma anche le Istituzioni, per affrontare questo cambiamento epocale?

Prima di tutto, il cambio di nome che non è affatto banale: implica adeguamenti normativi non solo in Italia, ma a livello globale. Per dare un’idea, in Europa esiste un documento che elenca la legislazione UE che richiama l’accreditamento: supera le 100 pagine. È facile immaginare quante volte compaiano IAF o ILAC. Nei prossimi anni questa normativa dovrà quindi essere aggiornata, a livello europeo dai singoli Stati membri, ma anche a livello internazionale.

Il nuovo nome e il marchio saranno resi pubblici da aprile in avanti, perché è in corso il processo di registrazione. L’impatto più immediato, semplice ma concreto, è che non si farà più riferimento agli accordi MLA di IAF e ILAC, bensì ai nuovi Accordi Global MRA.

Dal 2026 lei sarà ufficialmente Vice Presidente di Global Accreditation Cooperation Incorporated e comincerà il suo mandato insieme al Presidente Brahim Houla. Ci racconta mission, valori e obiettivi della nuova organizzazione?

Questo nuovo Ente si posiziona come interlocutore unico per i mondi certification e testing, con un impatto sia politico sia tecnico. Sul piano politico, offrirà una voce più riconoscibile verso le Autorità internazionali (a partire dal WTO).

Sul piano tecnico, diventerà un polo di riferimento, superando letture e interpretazioni diverse tra le due “anime” dell’accreditamento e convergendo su un indirizzo comune. L’obiettivo è quello di operare come hub di coordinamento del conformity assessment, coinvolgendo attivamente non solo gli Enti di accreditamento, ma anche Enti di normazione e Regulator, spesso rimasti ai margini: come Soci potranno proporre evoluzioni, sostenere l’armonizzazione e favorire l’adozione di pratiche corrette.

A sostegno degli Accordi di riconoscimento delle certificazioni è sempre stato comunicato il messaggio “Accredited Once Accepted Everywhere”. Ma oggi, tra tensioni geopolitiche, tendenze protezionistiche, qual è il valore di questo claim?

Le tensioni si riflettono anche nel nostro lavoro: il multilateralismo è in difficoltà proprio mentre un’organizzazione che si chiama “Global” ne rappresenta, in teoria, l’espressione più compiuta. Oggi, però, prevalgono logiche regionali o nazionali e il riconoscimento dei certificati non è più automatico come in passato, né come auspicato dal WTO. Eppure, l’accreditamento è nato per facilitare il commercio e ridurre le barriere non tariffarie: questo motore oggi è sotto pressione e l’auspicio è che Global agisca in controtendenza.

C’è poi un tema di territorialità: IAF aveva sede negli USA (Delaware), mentre la nuova organizzazione avrà sede in Nuova Zelanda. Questo consentirà di ammettere membri che un soggetto giuridico americano oggi non potrebbe accettare, ad esempio Russia e Iran, rendendo l’organizzazione davvero globale.

A livello nazionale, il 2026 porterà importanti cambiamenti per gli organismi accreditati, le imprese e i professionisti certificati, che saranno al centro del convegno del Dipartimento Certificazione e Ispezione, a Milano dal 17 al 19 marzo 2026. Ci anticipa le tendenze che stanno prendendo forma?

I prossimi anni saranno segnati da numerosi aggiornamenti normativi. Sul fronte accreditamento, sono in revisione la ISO/IEC 17024 (certificazione delle persone) e la ISO/IEC 17020 (ispezioni). Anche la ISO/IEC 17065 (prodotti) subirà modifiche, seppur più contenute. In parallelo, sono in revisione le principali norme di certificazione: ISO 9001, ISO 14001 e ISO 45001.

A questo, si aggiunge l’evoluzione del quadro europeo che regola accreditamento e normazione, con la revisione del Regolamento CE 765 del 2008 e del Regolamento UE 1025 del 2012. Il contesto di fondo spinge su digitalizzazione con il Digital Product Passport, clima, biodiversità, efficienza delle risorse e aspettative degli stakeholder.

In questo scenario, emergono due direttrici: da un lato, il conformity assessment opera sempre più in ambiti cogenti, avvicinandosi a una logica di compliance assessment e con implicazioni sul ruolo degli Enti di accreditamento e organismi di certificazione. Dall’altro, cresce la domanda di metriche e indicatori, anche da parte degli investitori, come evidenziato anche dalla CSRD. Non sorprenderebbe, quindi, una futura evoluzione verso standard più “quantitativi”, sulla scia di esperienze come la UNI/PdR 125:2022 sulla parità di genere, ricca di indicatori e probabilmente anche per questo molto adottata.

Nel mondo dell’accreditamento e della certificazione quali sono i processi già interessati dall’Intelligenza Artificiale e le aree in cui se ne prevede lo sviluppo?

Nel nostro ambito stanno emergendo i certificati smart: attestati leggibili, interpretabili e utilizzabili dalle macchine. Un’evoluzione che coinvolgerà tutti i livelli, dagli organismi internazionali, come Global, a quelli regionali, fino a Enti di accreditamento e organismi di certificazione, con l’obiettivo di rendere i documenti machine-readable.

In parallelo, prenderà ulteriore slancio il Digital Product Passport, anche grazie alla revisione del Regolamento CE 765 del 2008 pensata per supportare questo sviluppo. Lo stesso vale per i certificati di taratura digitali. Sono, questi, tutti tasselli che preparano il terreno alla trasformazione legata all’Intelligenza Artificiale, i cui esiti sono ancora difficili da prevedere.

La preoccupazione principale è che l’AI finisca per sostituire la componente più critica: la capacità decisionale. Potrà certamente accelerare i processi e supportare decisioni più rapide, ma servirà attenzione per evitare che le scelte vengano delegate alle macchine. 

Allarghiamo ora lo sguardo alle competenze. Negli ultimi anni sta emergendo il concetto del professionista agnostico, capace di operare con neutralità, apertura mentale e competenze trasversali. Ci spiega cosa significa?

Essere neutrali significa mantenere lo stesso atteggiamento quando si interpreta e si valuta uno standard rispetto a uno schema proprietario: serve pari approccio per entrambi, senza farsi influenzare dal documento in sé, ma dai requisiti e dalla loro inclusività. È un punto spesso sottovalutato. Al tempo stesso, i principi devono restare fermi: integrità, imparzialità e competenza non cambiano anche quando cambiano gli standard.

Centrale deve rimanere l’evidenza, non l’opinione. Infine, è essenziale essere inclusivi verso ogni tipo di organizzazione. Riprendendo il lessico dell’accounting, essere Professional Agnostic vuol dire restare aperti a organizzazioni diverse e a soggetti valutatori differenti, mantenendo neutralità di fronte a standard e contesti eterogenei.

Perché la prospettiva etica è sempre più importante nel settore della qualità e quali principi devono seguire gli ispettori nelle attività di accreditamento e certificazione?

Abbiamo sempre avuto come riferimento il principio di imparzialità. Nell’ultimo periodo, però, ci siamo resi conto che potrebbe non bastare: accanto all’assenza di favoritismi, serve anche un presidio etico, ovvero fondato su valori. Oggi, nel nostro settore, manca un codice etico trasversale valido a livello internazionale, degli Enti di accreditamento e degli organismi di certificazione.

L’imparzialità rischia di restare un principio più formale mentre l’etica è sostanziale e va “riempita” di contenuti e responsabilità. Per questo, nelle valutazioni potrebbe diventare necessario affiancare — o evolvere verso — un principio etico. Un passaggio che si lega anche alla transizione da conformity a compliance: finché si valuta la conformità a uno standard l’imparzialità può essere sufficiente. Quando si entra nella compliance a requisiti cogenti, il livello si alza e l’etica diventa centrale.

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