Acque potabili, la sfida delle prove sui PFAS e il ruolo dei laboratori accreditati
Federico Pecoraro e Paolo Gianoglio spiegano perché, per cercare i PFAS a concentrazioni bassissime nell’acqua potabile, non basta il valore misurato, ma serve dimostrare come il dato è stato prodotto, da chi e con quali controlli, competenze e metodi.
I PFAS sono contaminanti persistenti e diffusi che le nuove soglie europee impongono di cercare nelle acque destinate al consumo umano, con metodi analitici in grado di rilevarli a concentrazioni estremamente basse.
Per i laboratori si tratta di una prova tecnica e organizzativa molto complessa. Federico Pecoraro, Vice Direttore del Dipartimento Laboratori di prova di Accredia e Paolo Gianoglio, Vice Presidente di Conforma, spiegano perché e come la sicurezza di ciò che beviamo dipenda anche dai laboratori di prova accreditati e che cosa garantiscano, in concreto, investimenti e competenze in questo ambito.
Federico Pecoraro: le garanzie tecniche dietro i dati analitici
Perché l’analisi dei PFAS nelle acque è tecnicamente così complessa?
Quando parliamo di PFAS dobbiamo immaginare sostanze presenti in quantità che sono estremamente piccole. Siamo nell’ordine dei nanogrammi per litro. Misurare quantità così basse è una vera sfida, anche perché quando intendiamo analizzare i PFAS non stiamo cercando indistintamente tutti quelli presenti.
Parliamo, infatti, di una famiglia di sostanze che è vastissima e le analisi sono generalmente mirate a soli specifici PFAS. Per riuscirci, quindi, il laboratorio deve utilizzare tecniche estremamente sofisticate e selettive.
Nella determinazione dei PFAS, inoltre, il controllo della possibile contaminazione lungo l’intero processo analitico è particolarmente rilevante, anche considerando la diffusione di questi composti e la possibilità che materiali, reagenti o fasi di manipolazione introducano contributi indesiderati.
Sicuramente, i bianchi sono molto importanti. Non è sufficiente considerare soltanto sensibilità e limite di quantificazione: il progetto analitico dovrebbe prevedere controlli appropriati che consentano, quando emerge un segnale inatteso, di valutarne criticamente l’origine. Naturalmente tipologia e gestione dei bianchi devono essere coerenti con matrice, metodo e modalità di campionamento.
Con le nuove soglie europee e nazionali per le acque destinate al consumo umano, cosa cambia per i laboratori?
Le nuove disposizioni europee richiedono di ricercare i PFAS nelle acque destinate al consumo umano a concentrazioni molto basse. Ciò significa che i laboratori devono essere capaci di misurare questi livelli mantenendo un’elevata affidabilità del risultato. Ogni laboratorio deve dimostrare con la propria strumentazione, le condizioni di lavoro, il personale, i reattivi che utilizza e il modo di lavorare sia effettivamente in grado di misurare i PFAS a livelli così bassi.
Quali sono gli aspetti più delicati nella misurazione a concentrazioni così basse?
Un aspetto fondamentale è rappresentato dal limite di quantificazione, ovvero dalla concentrazione minima che il laboratorio riesce a determinare in modo affidabile e questo limite deve essere adeguato rispetto ai valori previsti dalla normativa. Quindi, la vera sfida non è semplicemente quella di riuscire a misurare concentrazioni molto basse, ma anche quella di produrre un dato che sia tecnicamente affidabile.
Che cosa aggiunge l’accreditamento a un laboratorio che effettua prove sui PFAS?
L’accreditamento, in questo contesto, non è un riconoscimento generico della qualità di un laboratorio, ma attesta qualcosa di molto più specifico, ovvero che quel laboratorio ha dimostrato di possedere la competenza tecnica necessaria per eseguire determinate prove utilizzando metodi adeguati e correttamente applicati.
Nel caso dei PFAS questo è particolarmente importante, perché l’accreditamento secondo la norma UNI CEI EN ISO/IEC 17025 riguarda specifiche prove e determinazioni. Accredia verifica l’effettiva competenza del personale, l’adeguatezza dei metodi utilizzati, i controlli di qualità nelle diverse fasi dell’intero processo analitico del laboratorio e l’adeguatezza dell’incertezza associata ai risultati delle misurazioni.
Il laboratorio, inoltre, viene valutato periodicamente e deve dimostrare di mantenere la competenza nel tempo. Quando un risultato dipende da decisioni importanti per la salute o per l’ambiente, non basta ottenere un numero, bisogna poter avere fiducia nel modo in cui quel numero è stato ottenuto.
Infine, va ricordato che la conformità documentale è necessaria, ma non esaurisce la valutazione dell’effettiva applicazione di una procedura. Osservare il lavoro reale e confrontarsi con chi lo esegue permette di verificare se quanto documentato sia effettivamente conosciuto, applicabile e adeguato a gestire anche le situazioni non ordinarie.
Quando si legge un rapporto di prova su PFAS nelle acque, a quali informazioni si deve prestare maggior attenzione?
Il primo consiglio è quello di non limitarsi al valore numerico. Davanti a un rapporto di prova io guarderei essenzialmente tre cose: quali sostanze sono state ricercate tra le tante possibili? Con quale limite di quantificazione? Quali sostanze tra quelle ricercate sono coperte da accreditamento? Perché un rapporto di prova non è soltanto un elenco di risultati ma deve permetterci di capire anche che cosa è stato realmente misurato e quali garanzie tecniche supportano quel risultato.
E’ molto importante controllare sempre il campo di accreditamento nell’allegato al certificato di accreditamento. Dire che un laboratorio è “accreditato per i PFAS” è infatti una semplificazione che può essere fuorviante: occorre verificare quali specifiche prove siano accreditate, considerando almeno matrice, analiti e metodo. Un esempio guidato di lettura dell’elenco delle prove accreditate potrebbe essere utile anche per chi commissiona le analisi e deve confrontare offerte apparentemente simili.
Parliamo di offerte per analisi sui PFAS: un committente non specialista quali informazioni potrebbe chiedere a un laboratorio accreditato, prima di affidare i campioni?
Il primo elemento di attenzione è l’accreditamento posseduto dal laboratorio, con la verifica dello specifico campo di accreditamento. A parità di altre condizioni, assume maggiore rilevanza un laboratorio che abbia accreditate la matrice, le specifiche molecole di interesse e il relativo metodo di prova.
Se il laboratorio non è accreditato per quelle prove, occorre approfondire una serie di elementi.
A titolo di esempio: l’esperienza del laboratorio nella determinazione dei PFAS nella specifica matrice di interesse; quali limiti di quantificazione è in grado di assicurare e la loro adeguatezza allo scopo dell’indagine; se utilizza un metodo normato, oppure un metodo sviluppato e validato internamente, e con quali prestazioni; se ha partecipato, con risultati soddisfacenti, a prove valutative o confronti interlaboratorio pertinenti.
Ma anche: quale incertezza di misura è associata ai risultati, quando applicabile e rilevante per il loro utilizzo; come sono gestiti campionamento, contenitori, conservazione e trasporto, aspetti che possono incidere significativamente sull’affidabilità del risultato; se sono previsti adeguati controlli analitici e bianchi, compresi i bianchi di campo, quando pertinenti, particolarmente importanti per controllare possibili contaminazioni.
Naturalmente l’elenco non è esaustivo: l’accreditamento serve proprio a fornire una valutazione indipendente molto più ampia della competenza del laboratorio. Accredia valuta circa un centinaio di requisiti, che riguardano sia gli aspetti tecnici sia quelli gestionali.
Paolo Gianoglio: la qualità passa dal rigore delle metodologie
Dal punto di vista degli organismi e dei laboratori accreditati, cosa comporta l’aumento della domanda di analisi sui PFAS?
È da parecchio tempo che sui media, anche specialistici, sentiamo parlare di PFAS e di quanto possano essere pericolosi per la salute umana. Non solo in Europa ma, più in generale, in tutto il mondo si sta valutando una riduzione dei PFAS all’interno di molti prodotti. Questo comporta, nel momento in cui le legislazioni impongono dei limiti, un controllo da parte dei produttori e delle Autorità competenti sul livello di PFAS che possiamo trovare in varie matrici e in diversi prodotti.
In questo momento, però, non c’è ancora un vero aumento della domanda di analisi PFAS. L’unico tema su cui si sta veramente lavorando è quello dell’acqua potabile, perché da gennaio 2026 si sta aumentando effettivamente la ricerca dei PFAS in questo ambito. Nei prossimi anni possiamo sicuramente prevedere un aumento della domanda di analisi, ma dobbiamo ancora capire meglio quello che sarà effettivamente il mercato e dove si orienterà.
Quali sono le principali difficoltà per i laboratori che vogliono offrire prove accreditate sui PFAS?
I PFAS sono una famiglia estremamente numerosa di componenti che, per le loro prestazioni, si sono diffusi in tutti i settori merceologici e, di conseguenza, nell’ambiente e nelle acque. La prima difficoltà operativa è l’estrema diffusione dei PFAS, il loro rumore di fondo, perché sono dappertutto ed è, quindi, un problema capire dove siano presenti in quantità sopra le soglie definite.
La seconda difficoltà è capire, nel momento in cui i laboratori vogliono investire, quale sarà il trend. Se nei prossimi anni ci si fermerà a panel di dieci, venti o quaranta sostanze, si andrà verso certe tipologie di investimento. Se invece l’orientamento dei legislatori sarà verso un mondo PFAS free, bisognerà trovare altre tipologie di strumentazioni e capire come orientarsi in quella logica.
Quanto conta la chiarezza del campo di accreditamento e del rapporto di prova per evitare equivoci tra prove accreditate, prove validate ma non accreditate e screening preliminari?
Conta molto, anche in termini di comunicazione. È difficile riuscire a far comprendere, soprattutto ai non addetti ai lavori, che cosa vuol dire l’accreditamento. L’accreditamento non riguarda genericamente le attività di prova sui PFAS, ma ogni accreditamento ha una propria specificità rispetto alla matrice, al metodo utilizzato e al livello di incertezza.
Questa complessità è difficile da comunicare e da far comprendere al mercato. La chiarezza è fondamentale. Non voglio dire che occorra semplificare, perché è difficile semplificare le cose complesse, ma rendere il più chiaro possibile quale sia il campo di accreditamento e che cosa differenzi un campo di accreditamento da un altro.
Guardando ai prossimi anni, quali investimenti e competenze serviranno ai laboratori per rispondere a soglie di PFAS sempre più basse?
Ci sono sicuramente grossi temi di investimenti in attrezzature e strumentazione e grossi temi di qualifiche del personale, perché il personale deve avere una competenza specifica in funzione delle metodiche utilizzate e delle matrici su cui sta analizzando. Dovremo, inoltre, cercare di lavorare con metodiche sempre più rigorose e sempre più attente.